Archetipi

Gli Archetipi di Jung

Gustav Jung, vissuto tra il 1875 e il 1960è stato il primo psichiatra a formulare la teoria degli archetipi.

Egli definisce l’archetipo come “Imago” o “Dominante” o “Immagine mitologica o primordiale” contenuta nell’inconscio collettivo, che riunisce le esperienze della specie umana e della vita animale che l’ha preceduta, costituendo gli elementi simbolici delle fiabe, delle leggende, dei miti e dei sogni.

L’inconscio collettivo è una dimensione psichico/spirituale dentro cui risiedono questi “modelli originali” che hanno la capacità di generare una moltitudine di manifestazioni, le quali prendono forma attraverso l’inconscio e il conscio personale.

L’archetipo non è rappresentabile materialmente, ma l’uomo cosciente lo può percepire e comprendere attraverso le sensazioni e gli impulsi da esso espressi.
Esso determina la tendenza a reagire e a percepire la realtà secondo forme tipiche costanti nei vari gruppi culturali e nei vari periodi storici.

Jung è il precursore di quel tipo di psicologia verrà sviluppato da James Hillman, suo allievo, nel 1960: la psicologia archetipica.
Questa branchia della psicologia considera strettamente collegati psicologia e mito.
In questa visione la mitologia è considerata una psicologia dell’antichità, e la psicologia è una mitologia dell’epoca moderna.
I miti sono racconti sulle relazioni tra gli umani e gli Dei, parlano di temi universali ed eterni, comuni a tutta l’umanità e a tutti i tempi.

La teoria degli Archetipi 

Non è facile da definire
In un primo momento l’archetipo è un elemento dell’inconscio collettivo, una forma trascendente preesistente alla coscienza, ma poi si sgancia dall’inconscio e diventa una forma senza contenuto. 

Nessun archetipo è riducibile a semplici formule. L’archetipo è come un vaso che non si può svuotare né riempire mai completamente. In sé, esiste solo in potenza, e quando prende forma in una determinata materia, non è più lo stesso di prima. Esso persiste attraverso i millenni ed esige tuttavia sempre nuove interpretazioni. Gli archetipi sono elementi incrollabili dell’inconscio, ma cambiano forma continuamente”.

Jung

Attraverso degli studi condotti su pazienti schizofrenici, durante gli anni trascorsi presso l’ospedale Burghölzli di Zurigo, Jung poté osservare che nei loro deliri e allucinazioni ricorrevano motivi e immagini comuni anche a miti, fiabe, leggende e religioni di ogni tempo e luogo.

A seguito di sue ricerche comparative lo studioso vide che in queste storie ricorrevano sempre le stesse tematiche di fondo simili tra loro, che mostravano una notevole somiglianza se pur appartenenti a culture diverse.

Da qui egli arrivò a formulare l’ipotesi dell’esistenza di uno strato dinamico presente nella profondità della psiche comune a tutta l’umanità sul quale ogni individuo forma la propria esperienza di vita e costruisce le proprie caratteristiche psicologiche.

Secondo Jung, in questa profondità della psiche, che lui definì “inconscio collettivo” (come ampliamento al concetto di inconscio elaborato inizialmente da Freud), risiedono delle strutture universali comuni a tutto il genere umano che trovano espressione attraverso simboli e immagini.

Egli distinse due tipi di inconscio, quello “personale” e quello “collettivo”

L’inconscio personale è il luogo in cui si trovano tutti quei contenuti rimossi dalla coscienza derivanti da esperienze personali. Sono quei contenuti che stati “dimenticati”perché ritenuti incompatibili alle norme sociali, ma sono stati sperimentati dall’individuo e quindi sono stati noti alla  sua coscienza
L’inconscio collettivo è invece il luogo dove si trovano solo quei contenuti, non a carattere personale, ma ereditario. Qui non ci sono contenuti noti alla coscienza e quindi sperimenti personalmente, ma solo contenuti sperimentati da altri esseri nel corso della storia. In altre parole, in questa profondità della psiche umana troviamo le esperienze non del singolo individuo ma della specie umana.

Nel 1912 Jung iniziò a chiamare queste strutture universali condivise da tutto il genere umano “immagini primordiali”, successivamente nel 1917 con l’evolversi dei suoi studi utilizzò il termine “dominanti dell’inconscio collettivo” e solo nel 1919 le chiamò “archetipi”, termine che adottò poi definitivamente in quanto meglio si addiceva al concetto, di fatto non si trattava solo di immagini universali ma anche di idee, sentimenti, esperienze e comportamenti universali.

Gli archetipi si manifestano nell’inconscio collettivo attraverso quelle risposte automatiche e ancestrali che l’uomo continua a riproporre. Ma l’uomo ha anche il desiderio e la spinta ad essere libero, quindi cerca di liberarsi dalla coazione a ripetere Vuole conquistare una propria coscienza individuale, e la può raggiungere solo se è in grado di integrare gli archetipi con la coscienza.

Occorre quindi sviluppare la propria coscienza attraverso un’interazione in essa degli archetipi. Questa è la via.

Jung dice che gli archetipi sono delle realtà in bilico tra lo psichismo e il somatico.

Si originano dall’istinto e allo stesso tempo hanno una dimensione spirituale.
Aldo Carotenuto afferma che per quanto riguarda il loro aspetto spirituale gli archetipi costituiscono una categoria a priori della conoscenza, vicino alle idee platoniche o i prototipi di Schopenhauer; come espressione dell’istinto e del corpo rappresentano ciò che viene definita predisposizione innata, temperamento o attitudine. 

Secondo Jung gli archetipi sono “modelli funzionali innati costituenti nel loro insieme la natura umana”sono simboli di concetti, istinti primordiali, sono modelli profondi, radicati nella psiche umana.

Sono forme tipiche di comportamento derivanti dall’esperienza che il genere umano ha continuato a ripetere nel corso della storia.
Sono complessi di esperienze a carattere universale sedimentate nella psiche dell’uomo, strutture basilari eternamente ereditate.

Gli archetipi sono quindi presenti nel profondo della psiche, nell’inconscio collettivo, e costituiscono la base degli istinti. Sono però anche forze dinamiche della psiche fondamentali per lo sviluppo psichico dell’individuo.


Gli archetipi fanno una cosa importantissima: mettono in comunicazione il mondo conscio e inconscio utilizzando un linguaggio universale: quello dei simboli.

Essi sono l’essenza che dà vita al simbolo e la potenza che permette al simbolo di esistere nel tempo. 

Gli archetipi sono la nostra eredità

Secondo Jung gli archetipi, in pratica, dimorano in un inconscio collettivo condiviso, che si eredita assieme al patrimonio genetico

Gli archetipi sono quindi un’eredità psicologica inconscia.
A differenza di Freud, che ritiene l’inconscio un contenitore vuoto alla nascita, che viene man mano riempito di materiale psichico inaccettabile dalla coscienza, per Jung l’inconscio personale non è “vuoto”, l’individuo che viene al mondo non lo fa come se fosse una tabula rasa, ma arriva su questa Terra già ricco di un patrimonio di esperienze depositate nelle sedi più profonde della sua psiche. 

Egli cioè ha già delle “forme a priori“, che fanno parte dell’inconscio collettivo, e che  gli permettono di trascendere da se stesso, attraverso la funzione simbolica e di procedere nel processo di individuazione.

“L’uomo è “in possesso” di molte cose che non ha mai acquisito, ma che ha ereditato dai suoi antenati. Quando nasce non è una tabula rasa: è solo inconsapevole. Ma porta con sé sistemi organizzati in modo specificamente umano, pronti a funzionare, che sono il risultato di milioni di anni di evoluzione umana. Come nell’uccello l’istinto migratorio e l’istinto di costruire il nido non sono mai appresi o acquisiti individualmente, così anche l’uomo alla sua nascita racchiude in sé la trama fondamentale del suo essere, non solo della sua natura individuale ma anche di quella collettiva.” 

(C.G.Jung – Opere 4 Freud e la psicoanalisi)

Cosa viene ereditato

Nel 1947, Jung, con il saggio lo “Spirito della psicologia”, fa una distinzione tra quello che ha definito “archetipo in sé” inteso come predisposizione alle esperienze ovvero la forma delle esperienze e l’archetipo manifesto o attualizzato ovvero l’archetipo che si rende percepibile alla coscienza attraverso immagini, idee o comportamenti.

Attraverso questa distinzione Jung precisa di fatto che quello che viene ereditato è l’“archetipo in sé”, quindi l’archetipo in potenza, non l’archetipo attualizzato, non l’esperienza stessa, l’immagine o l’idea.

L’”archetipo in sé” essendo solo la forma dell’esperienza è privo di contenuto specifico, e quindi quello che viene ereditato è una forma vuota mentre i contenuti si formano e si manifestano solamente nella vita individuale, attraverso l’esperienza individuale.

Questa componente degli archetipi che viene ereditata costituisce la base degli istinti. 

Essendo gli archetipi profondamente radicati nello sviluppo del genere umano risultano essere il risultato di tutte le esperienze più primitive dettate da comportamenti legati all’istinto, istinti che hanno determinato lo sviluppo e la sopravvivenza del genere umano. Queste esperienze fondamentali dell’umanità vanno a costituire il fondamento strutturale della psiche.

In questo strato più profondo della psiche sono presenti pertanto modelli ereditati di reazione e di comportamenti legati all’evoluzione del genere umano, gli archetipi nella loro forma più primitiva: gli istinti, e il loro insieme va a costituire l’inconscio collettivo.

“L’inconscio collettivo consiste nella somma degli istinti e dei loro correlati, gli archetipi. Come ogni uomo possiede degli istinti, così possiede anche le immagini originarie.” 
(C.G.Jung – Opere 8 La dinamica dell’inconscio)

Questa regione della psiche è un mondo attivo, in continuo fermento e da qui proviene quell’energia che consente all’archetipo di evolvere da uno stato di puro istinto, ad uno stato più evoluto psichico-spirituale, e raggiungere così dimensioni più accessibili alla coscienza.

Riassumendo:

Questo mondo degli istinti, radicato nella profondità della psiche, costituisce la parte dinamica della psiche. È da qui che le forze archetipiche sviluppano le loro proprietà, producono immagini, idee e simboli.
In tal modo l’archetipo si manifesta alla coscienza aprendo un dialogo tra conscio ed inconscio.

Gli archetipi pertanto sono molto di più che elementi costitutivi del mondo degli istinti, essi sono le forze dinamiche della psiche, istanze ordinatrici che dirigono e coordinano i processi psichici.

“Infatti ogni volta che un archetipo appare nel sogno, nella fantasia o nella vita, reca con sé un certo “influsso” o una forza, grazie alla quale agisce “numinosamente”, ossia come forza fascinatrice o come incitamento all’azione.” 

(C.G.Jung – Opere 7 Due testi di psicologia analitica)

Queste le parole di Jung tratte dal “Commento psicologico al “Bardo thödol” (il libro tibetano dei morti)

“….e mi contento dell’ipotesi di una struttura psichica universalmente presente, differenziata e in questa forma ereditata, che determina, anzi costringe, tutte le esperienze ad avere direzione e forma determinate. Poiché, come gli organi del corpo non sono dati indifferenti e passivi, bensì piuttosto dinamici complessi di funzioni che manifestano la loro presenza con inevitabile necessità, così anche gli archetipi, specie di organi psichici, sono complessi dinamici (istintuali) che determinano in grado altissimo la vita psichica. Perciò ho chiamato gli archetipi anche “dominanti dell’inconscio”. Ho chiamato “inconscio collettivo” lo strato della psiche inconscia che consiste in queste forme dinamiche universalmente diffuse.”

Gli archetipi nel processo di individuazione

In qualità di forze ordinatrici agiscono nella psiche in modo autonomo e attraverso sogni, immagini simboliche e fantasie indirizzano la persona verso la migliore individuazione.

Gli archetipi sono fattori determinanti nel processo di individuazione. 

Essi mettono in contatto il mondo conscio e quello inconscio, consentono esperienze  di risveglio che favoriscono un ampliamento di coscienza, una maggiore maturazione psicologica e pertanto lo sviluppo della personalità.

Il processo di individuazione guida l’individuo nello sviluppo della propria personalità.

È un processo che coinvolge la seconda parte della vita di un individuo.
La prima parte della vita è infatti volta alla presa di contatto con il mondo esterno, mentre la seconda parte dovrebbe essere volta alla presa di contatto con il proprio mondo interiore, la scoperta di sé e la ricerca di una propria dimensione.

Grazie alle forze ordinatrice degli archetipi questo processo può avvenire in modo spontaneo così che l’individuo possa giungere autonomamente alla presa di coscienza di sé, ad un alto grado di maturazione psicologica e quindi indirizzarsi verso un’esistenza nutrita di senso.

Tuttavia a volte questo processo necessita di un intervento di un professionista, che con un aiuto adeguato può favorire il contatto con le forze archetipiche e quindi aiutare nel dirigere questo processo.

Entrare in contatto con gli archetipi

La presa di contatto con il mondo archetipico non sempre si manifesta come un’esperienza con “effetto” “Waoo!”come uno si aspetterebbe. Più spesso si realizza attraverso piccole esperienze della vita quotidiana alle quali non si tende a prestare molta attenzione, e quindi non è sempre facile accorgersi del lavoro svolto dagli archetipi che dimorano dentro di noi.

A volte la presa di contatto è ostacolata dalla formazione di barriere che la psiche innalza per svariati motivi.

Per esempio:
l’Io potrebbe rifiutare il contatto perchè consapevole di non essere pronto per un’apertura al mondo inconscio, potrebbe sentirsi ancora non così forte per affrontare il mondo buio delle forze archetipiche.
In tal caso il professionista aiuta prima a rafforzare l’Io e solo in seguito aiuta a favorire un dialogo con l’inconscio.

In altri casi le barriere vengono innalzate per paura o disagio di un confronto con le  immagini archetipiche. In effetti l’esperienza non sempre è piacevole, anzi, può essere fonte di sofferenza o angoscia. Anche in questo caso il professionista sostiene in questo momento delicato e aiuta ad attraversare questo passaggio difficoltoso

C’è comunque anche da tenere in considerazione il fatto che sostenere un confronto con i contenuti inconsci dipende molto anche dalla struttura individuale della personalità.
Infatti può essere una maggiore o minore predisposizione di un individuo, ad entrare in contatto con il mondo archetipico.

Come ho detto sopra gli archetipi si manifestano in ogni cultura, prendendo voce nei miti, nelle fiabe e nelle leggende, che racchiudono in sé i principali temi dell’uomo dall’origine dei tempi. 

Attraverso queste storie possiamo entrare in contatto con i nostri archetipi personali e le nostre emozioni più profonde.

Le emozioni, d’altro canto, ci mostrano l’aspetto più superficiale degli archetipi. Possono rivelarsi un buon punto di partenza.

Anche i sogni ci permettono di entrare in contatto con gli archetipi: se sappiamo leggerli ci aiutano nel processo di costruzione di una coscienza individuale. 

Gli archetipi sono dotati di grande energia

A prescindere dalla nostra capacità di riconoscerli, essi si manifestano in ogni nostra esperienza, nei simboli che ci circondano, nei miti che ci raccontano, al di là di ogni dimensione spazio-tempo.

Se sei interessato ad approfondire questo argomento e vuoi sperimentare l’efficacia del riconoscimento degli archetipi che stanno agendo su di te in questo momento posso essere la guida. In qualità di counselor e custode di storie posso accompagnarti in questo cammino d’esplorazione interiore. Richiedi una consulenza dedicata. 

Gli archetipi di Jung

Durante i suoi studi Jung identificò una serie di archetipi tra cui la Persona, l’Ombra, l’Anima e l’Animus, la Grande Madre, il Padre, il Fanciullo Divino, l’Eroe, il Vecchio saggio, il Briccone, il Sé.

Ogni archetipo occupa una posizione diversa nella stratificazione dell’inconscio collettivo. La sua posizione gli conferisce un minore effetto o maggiore significativo nello sviluppo della coscienza dell’individuo.
C’è una sorta di ordinamento gerarchico che determina la successione di entrata degli archetipi nella coscienza

I primi ad entrare sarebbero gli archetipi più vicini al mondo conscio e quindi più in stretta relazione con tematiche individuali, mentre per ultimi sarebbero quegli archetipi radicati nella profondità della psiche e quindi più legati a tematiche riguardanti l’evoluzione umana.

Quelli che sono più vicini alla coscienza  avranno un effetto meno significativo, gli altri avranno un effetto più affascinante.

In base a questa gerarchia il primo archetipo che si incontra è quello della Persona, più vicino alla realtà dell’individuo, più vicino al mondo conscio.

A seguire c’è l’archetipo dell’Ombra, che rappresenta tutte quelle parti rimosse dalla coscienza e riposte nell’inconscio in quanto non ritenute opportune per l’adattamento sociale.

Poi si trovano gli archetipi Anima e Animus, gli archetipi femminile e maschile, che rappresentano la controparte sessuale di ogni individuo.

Andando sempre più in profondità nella psiche si incontrano gli altri: quello della Grande Madre, del Padre, dell’Eroe, del fanciullo divino, del vecchio saggio e così via fino ad arrivare all’archetipo del Sé che potremmo definire il Re degli archetipi, in quanto come coordinatore di tutte le componenti archetipiche costituisce l’elemento centrale nel processo di individuazione.

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Barbara

Laureata all'Accademia di Belle Arti, Artista, Arteterapeuta, Advanced Counselor cognitiva, olistica e simbolico-archetipica, Professional Mentor, Facilitatrice Mindfulness e in Mindful Art, Facilitatrice Metafiabe e Psicofiaba, Custode di storie.

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