Inni ad Artemide – Omero

     La Dea canto ch’è vaga di strepiti, Artèmide, pura
vergine, ch’ama i cervi colpire, dall’aurëo strale,
vaga di frecce, sorella d’Apollo dall’aurea spada,
che sovra i monti ombrosi, sui picchi battuti dal vento,
l’arco suo, tutto d’oro, lanciandosi a caccia, protende,
e le saette avventa dogliose: ne treman le cime
dei monti eccelse, tutta risuona la cupa foresta,
all’urlo delle fiere, con rombi tremendi, la terra
inorridisce e il mare pescoso. Con cuore gagliardo
ella si aggira qua e là, delle fiere le stirpi distrugge.
Quando è poi stanca di fiere scovate, di frecce lanciate,
rallenta, paga omai la sua brama, la corda dell’arco,
e nella casa grande si reca del caro fratello,
di Febo Apollo, fra la gente di Delfi opulenta,
dove carole belle di Càriti e Ninfe compone.
Appende quivi l’arco ricurvo e le frecce, le membra
cinge di vesti belle, conduce, precede le danze.
E l’immortale voce dispiegano quelle, e Latona cantano.
Dea dal vago mallèolo, e quali figliuoli
ebbe, mercè dei Numi, che avanzano tutti in ogni opra.

     Salve, figliuola di Giove, di Lato dal fulgido crine.
Io mi ricorderò d’esaltarti in un canto novello.

Artemis – Stone bust

AD ARTÈMIDE

     D’Ècate la sorella, Artèmide cantami, o Musa,
che con Apollo crebbe, la vergine vaga di frecce,
che, poi che nel Melèto coperto di giunchi i corsieri
tuffò, l’aureo cocchio dirige veloce su Smirne,
sulla vitifera Chio. Qui Febo dall’arco d’argento
siede, ed attende la Dea che avventa lontano le frecce.
E tu del canto mio t’allieta, e con te l’altre Dive
tutte: io per prima te vo’ cantare, da te cominciare:
e, cominciando da te, lodarti in un inno novello.