Inni e Invocazioni a Ecate

dal mito di Demetra e Persefone

Nel mito fu Ecate a sentire la richiesta di aiuto di Persefone, rapita da Ade, così da avvertire Demetra e riportarle la figlia dal regno dei morti

“Ma quando infine giunse per la decima volta la fulgente aurora le venne incontro Ecate reggendo con la mano una torcia;
e, desiderosa di informarla, le rivolse la parola, e disse: “Demetra veneranda, apportatrice di messi, dai magnifici doni, chi fra gli dei celesti o fra gli uomini mortali

ha rapito Persefone, e ha gettato l’angoscia nel tuo cuore? Infatti, io ho udito le grida ma non ho visto con i miei occhi
chi fosse il rapitore: ti ho detto tutto, in breve e sinceramente”. Così dunque parlò Ecate; e non le rispose

la figlia di Rea dalle belle chiome; invece, rapidamente, con lei mosse, stringendo nelle mani fiaccole ardenti…”

 

Nei Papiri magici si legge:

“Accostati a me, divina signora
Selene dai tre volti
regina che porti la luce a noi mortali
tu che chiami dalla notte
faccia di toro
amante della solitudine
dea dei crocicchi
Sii pietosa con me che t’invoco
ascolta gentile le mie preghiere
tu che regni di notte sovra il mondo intero”

Nelle Argonautiche di Apollonio di Rodi

Racconta di un incantesimo fatto da Medea per salvare gli argonauti dal mostro Telos, un gigante di bronzo che scaglia rocce contro di loro:

“Vive una fanciulla nel palazzo di Aiḗtēs,
che la dea Hekátē ha più di ogni altra istruita
nell’arte di tutti i filtri, che produce la terra e il mare infinito:
con essi sa domare la forza del fuoco instancabile,
e ferma in un momento le acque scroscianti dei fiumi;
incatena gli astri e le sacre vie della luna.”

“Poi scavò nel terreno una fossa di un cubito,
e ammucchiata la legna, tagliò la gola all’agnella
e la distese là sopra, poi diede fuoco alla legna,
mescolò e versò le libagioni, invocando
Hekátē Brimṓ in aiuto alle sue imprese.
Quando l’ebbe invocata, tornò indietro. La dea
tremenda l’udì e dai recessi profondi
venne a ricevere l’offerta. Il capo era cinto
di spaventosi serpenti, intrecciati con rami di quercia:
lampeggiava l’immenso bagliore delle fiaccole;
d’intorno ululavano con acuti latrati i cani infernali.”

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Poi scavò nel terreno una fossa di un cubito,
e ammucchiata la legna, tagliò la gola all’agnella
e la distese là sopra, poi diede fuoco alla legna,
mescolò e versò le libagioni, invocando
Hekátē Brimṓ in aiuto alle sue imprese.
Quando l’ebbe invocata, tornò indietro. La dea
tremenda l’udì e dai recessi profondi
venne a ricevere l’offerta. Il capo era cinto
di spaventosi serpenti, intrecciati con rami di quercia:
lampeggiava l’immenso bagliore delle fiaccole;
d’intorno ululavano con acuti latrati i cani infernali.”

“Qui invocò e propiziò con incantesimi le Chere mortali le cagne veloci dell’Ade che s’aggirano per tutto l’etere dando la caccia ai viventi Tre volte le supplicò tre volte le evocò con incantesimi tre volte con preghiere e creandosi un cuore malvagio ammaliò con occhi nemici gli occhi dell’uomo di bronzo e digrignando gli mandò contro bile malefica e orribili immagini nel suo tremendo furore”

Orazio racconta delle sacerdotesse di Ecate:

“Quando torna la luna piena in mezzo al cielo, eccole a razzolare in cerca d’erbe velenose e d’ossa.
Io proprio io, ho visto qui Canidia, avvolta
in un mantello nero, aggirarsi a piedi nudi
coi capelli scomposti, insieme a Sagana, (la più vecchia) che gridava a mo’ di lupa,
eran pallide e orrende tutt’e due…
La prima strega invoca Ecate, e l’altra la selvaggia Tisifone: e si cominciava già a vedere i serpenti e le cagne dell’inferno”

Preghiera latina a Ecate e a Giano

“Salve, o madre degli dei, dai molti nomi, dalla bella prole;
salve, o Ecate, custode delle porte, di gran potenza;
ma anche a te salve, o Giano, progenitore,
Zeus imperituro; salve, Zeus supremo;
rendete luminoso il cammino della mia vita,
colmo di beni, stornate i funesti morbi
dalle mie membra, e l’anima, che sulla terra delira, traete in alto, purificata
dalle iniziazioni che risvegliano la mente.
Vi supplico, tendetemi la mano, e le divine vie. Mostratemi, ché le desidero;
la luce preziosissima io voglio mirare,
onde m’è dato fuggire la turpitudine
della fosca generazione.
Vi supplico, porgetemi la mano, e con i vostri soffi
Me travagliata sospingete nel porto della pietà.
Salve o madre degli dei, dai molti nomi, dalla bella prole;

salve, o Ecate, custode delle porte, di gran potenza;
ma anche a te salve, o Giano, progenitore,
Zeus imperituro; salve, Zeus supremo”.

Licofrone di Calcide racconta:

O madre, madre dolorosa,
neppure il ricordo di te resterà oscuro.
Seguace di Brimṓ Trimorphos, figlia di Pérsēs,
atterrirai di notte, coi latrati,
i mortali che non rendono onore con le fiaccole
ai simulacri della dea Zērynthía [Hekátē],
signora dello Strymṓn,
placando con sacrifici la dea di Pheraí [Hekátē].
Sorgerà un cenotafio venerato
sull’isola rocciosa di Páchynos,
dinanzi alle correnti dell’Hélōros,
eretto dalle braccia del tuo padrone [Odysseús],
dopo le esequie, a seguito d’un sogno.
Su quel lido per te, [Hekábē] sventurata,
[Odysseús] farà la libagioni, atterrito dall’ira della dea dai tre colli,
perché fu lui a scagliare il primo sasso della lapidazione
e a offrire ad Haıdēs la primizia di un fosco sacrificio.