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Kintsugi: cura per le ferite dell’anima

Il Kintsugi o Kintsukuroi è l’arte giapponese di riparare ciò che si è rotto. I frammenti vengono raccolti e poi saldati fra di loro, e le crepe vengono poi riempite con l’oro.

Le fratture non vengono nascoste ma, al contrario, vengono messe in risalto, perchè si pensa che un oggetto riparato riesca a mostrare tanto la fragilità quanto la forza di resistere.

Ogni ceramica riparata presenta un diverso intreccio di linee dorate, unico ed irripetibile per via della casualità con cui la ceramica può frantumarsi.

La pratica nasce dall’idea che dall’imperfezione e da una ferita possa sorgere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore.

Il Kintsugi ci i insegna ad abbracciare le nostre ferite anziché nasconderle o mascherarle, e a trasformarle in punti di forza “ricoprendole d’oro” poiché esse rappresentano una testimonianza del nostro passato e delle prove che abbiamo superato. Diventa così una narrazione di rinascita, una scoperta di esperienze evolutive 

In tal modo il kintsukuroi diventa simbolo di resilienza, e sopratutto metafora di cura dell’anima.

C’è una crepa in ogni cosa, è da lì che entra la luce 

Leonard Cohen


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Kintsugi o Kintsukuroi significa “riparare con l’oro”. 

Più esattamente la parola Kintsugi deriva dal giapponese Kin (oro) e Tsugi (giunto) e quindi, letteralmente, significherebbe “giunto d’oro”.

L’arte del Kintsugi si chiama invece Kintsukuroi , che significa “rammendare con l’oro”.

È un’arte ancestrale giapponese, una tecnica di restauro ideata alla fine del 1400 da dei ceramisti, che invita a riparare un oggetto di ceramica rotto, evidenziandone le crepe con la polvere o foglia d’oro. 

Si tratta di un processo di riparazione lungo ed estremamente preciso, che si svolge in numerose fasi , nell’arco di diverse settimane o addirittura mesi.

La leggenda narra che lo Shogun Ashikaga Yoshimasa (1435-1490) utilizzasse sempre la sua ciotola preferita durante la cerimonia del tè. Un giorno, purtroppo, si ruppe. Quindi la mandò in Cina, da dove proveniva, per farla riparare.

Tuttavia rimase estremamente deluso dal risultato: dopo molti mesi, la ciotola tornò con delle brutte clip metalliche che non solo l’avevano deturpata, ma l’avevano resa anche permeabile, e quindi inutilizzabile per il tè.

Incaricò quindi i suoi artigiani giapponesi di trovare una soluzione più funzionale, ma soprattutto più estetica: nacque così l’arte del Kintsugi …

È una leggenda poetica, così come lo è quest’arte, che si prende amorevolmente cura di un oggetto prezioso che si è rotto.

La filosofia dietro l’arte

La filosofia che c’è dietro a quest’arte va ben oltre la tecnica applicata perchè tocchiamo il simbolismo della guarigione. L’oggetto è curato, si fa carico del suo passato e diventa più resistente, più bello e prezioso di prima, dell’incidente, dello shock

Forse è per questo che, se si proietta e si pratica il kintugi sulle nostre ferite, cicatrici, parti di noi che sentiamo andati in mille pezzi, questi vengono curati e diventano più preziosi di prima.

Celine Santini dice che

“come un kintugi vivente, anche le tue prove possono trasformarti”

Per gli occidentali le cicatrici, le difficoltà, gli ostacoli e la rottura, hanno spesso un significato negativo. Sono tutti concetti legati alla vergogna, al dolore, al fallimento, al senso di colpa. C’è quindi una forte difficoltà nel riconoscere come i momenti di crisi e di dolore in realtà possono offrire nuove opportunità di cambiamento e rappresentare nuove risorse.

La via del Kintsugi

La Via del Kintsugi ti invita a trascendere le tue prove e a trasformare il tuo piombo in oro. Ti ricorda che le tue cicatrici, visibili o invisibili, sono la prova che hai superato le tue difficoltà. Materializzando la tua storia, ti dicono: “sei sopravvissuto!

Parafrasando Nietzsche :

“Quello che non ti uccide ti rende più forte”

Ed è proprio così: Ti sei rotto ma sei ancora qui. Le tue prove ti hanno portato esperienza.

La via del Kintsugi è una via arteterapeutica, attraverso cui puoi mettere oro nella tua vita, sulle tue cicatrici, visibili e invisibili, in un contesto rituale che la fa rivivere per prendertene cura e imparare ad amarla rendendola bella ai tuoi occhi e preziosa per la tua anima. 


La mia esperienza

Io l’ho fatto sul mio taglio cesareo fatto d’urgenza, di notte, per le complicazioni subentrate, e insieme l’ho fatto su tutta la paura che l’ha accompagnato, la paura di non uscire viva da quella stanza.

E poi l’ho rifatto, sedici anni dopo, per il mio cuore spezzato. E anche lì c’è stato un rito, durato diverse settimane. In quel caso l’ho costruito un cuore, con l’argilla, e poi l’ho rotto, l’ho osservato, ci ho versato lacrime e l’ho ricomposto, rimesso insieme, e ci ho fatto il kintugi.

E ho fatto kintsugi anche quando mi sono riaperta alla vita per “risentire” il mio corpo, ferito, dolente, umiliato, abbandonato e rifiutato, che si era come “anestetizzato”. E il kintsugi è stata l’energia del flamenco, che dai piedi e dalle mani l’ha fatto rivribrare e sentire di nuovo. L’oro era invisibile agli occhi ma palese all’interno di me.

Utilizzando il Kintsugi  quando mi sono sentita “rotta”, e sulla mia cicatrice, è stato come raccogliere i pezzi e ricompormi, ho ritrovato la mia integrità e luce, prima scomparse

Che bel simbolo di guarigione!

Ti ho narrato le mie esperienze perchè kintugi può avere varie forme, e se ne può fare esperienza in vari modi, anche attraverso delle visualizzazioni creative o suoni.
Senz’altro il più potente resta quello che attraverso l’arteterapia e il rituale si sacralizza e impreziosisce la parte ferita con l’oro.

Il processo

1. Si inizia con lavoro di accettazione: prendere consapevolezza del trauma, delle ferite interne, del dolore, della cicatrice o della sensazione provata, di cui spesso ne risente o si mostra anche sul corpo.

Alla presa di coscienza e alla visione segue la cura, attraverso la visione e poi la raccolta dei frammenti.

La presa di coscienza del trauma vissuto, della ferita che ci è stata inferta, del dolore provato è il primo passo per prendersi cura del nostro vissuto. Una ferita mascherata o nascosta prima o poi si riapre.

2. Segue il prendere una decisione, lo scegliere di darti una seconda possibilità, una seconda nuova vita, invece di “buttarti via”. E con questo intendo il diventare invisibili, lo smettere di prendersi cura di te, il ricadere in una relazione tossica o disfunzionale, o fare lo zerbino o la stampella emotiva a qualcuno che una volta che ti ha usato o sta in piedi sulle sue gambe “ti butta via”.

3. E poi c’è un’altra scelta da fare: quella della tecnica, fra le varie possibili, più adatta al tuo caso specifico, al tuo vissuto, alla tua ferita o cicatrice.

Può essere una tecnica invisibile o visibile, con l’oro nel vero senso della parola.

La scelta di guarire richiede tempo e impegno e il risultato, strato dopo strato, poi prende forma.

Scegliere di aggiustare un oggetto danneggiato non consiste solo nel riconoscimento del tuo valore, ma anche sviluppare un atteggiamento di cura e di attenzione verso se stessi.

Quando viene presa la decisione di riprendere in mano la propria vita dopo che ci si è sentiti “spezzati” dal dolore, avviene una cosa straordinaria grazie alla consapevolezza d’aver superato delle prove, superato delle difficoltà, affrontato un demone interiore: l’autostima si accende.

4. Un’altro passaggio importante, prima di procedere, sarà la visualizzazione guidata in cui ti immaginerai “riparata” in tutto il tuo splendore.

5. E poi ecco, si entra nel laboratorio d’arte alchemica dove gli strumenti, con le loro diverse consistenze, assieme all’oro, in foglia di 22 carati o in polvere o colore, faranno la loro magia.

La trasformazione sarà catartica, il veleno diverrà antidoto, e se manca un pezzo per la ricomposizione lo si costruirà, anche prendendolo da un’altra esperienza, se occorre. E si rimetteranno insieme i pezzi.

Sembra difficile rimettere insieme i pezzi quando manca una parte,

Trasposto nella riparazione dell’anima, penso che questo simbolismo ci inviti ad aprirci ai contributi esterni, al di là delle paure e delle credenze. Tendiamo tutti a vivere chiusi in noi stessi, seguendo gli stessi circuiti familiari. Ma spesso è fuori dalla nostra zona di comfort che accadono le esperienze più arricchenti. Yobi-Tsugi (questo è il nome del Kintsugi che unisce varie influenze) invita quindi in noi l’alterità.

La via del Kintugi, è un percorso simbolico, oserei dire iniziatico.

Kintsugi ci ricorda che i nostri incidenti, le nostre ferite, le nostre prove ci hanno fatto soffrire ma ci hanno permesso di crescere lungo il cammino… Paradossalmente siamo molto più belli, più resistenti e più preziosi per essere stati spezzati!

L’oggetto con l’oro viene riparato, viene sublimato: quindi non solo viene riparato, ma viene anche trasformato. Così si può parlare di rinascita: non sarai mai più la stessa persona di prima della prova, rinascerai a te stesso.

Per me le nostre prove sono iniziatiche e ci fanno crescere ed evolvere, invitandoci a rinascere più volte durante la nostra vita, come una fenice che rinasce dalle sue ceneri… Le nostre prove sono spesso un’opportunità di consapevolezza, progressione, evoluzione, seconde possibilità…

6. Ci sarà poi il momento del raschiamento, ovvero del togliere ciò che deborda, ciò che non serve più.
E poi verrà tutto pulito, con amorevole cura, per preparalo.
E ci sarà una prima fase in cui prenderemo consapevolezza dei pezzi che adesso sono stati uniti, ricomposti. Ci sarà un lavoro per tenerli insieme e farli ben saldare l’uno con l’altro.

7. E iniziare un lavoro di respirazione, il respiro del neonato che viene alla vita, a nuova vita. E così è per noi, che passiamo da uno stato ad un altro, e quella parte è neo-nata, è come se fosse nata nuovamente e quindi ha da riapprendere: come respirare, cioè come vivere, in maniera diversa da prima. È una fase di rinascita.

8. Infine si procede alla pittura, ma attenzione, non si mette direttamente l’oro. Sotto l’oro c’è il nigredo e il rubedo, e solo dopo, l’oro,

9. che a sua volta va lavorato con una pietra dura, e poi, finalmente conclude e illumina tutto il processo.

10. C’è inoltre un’altro passaggio: adesso c’è il momento della contemplazione, dell’ammirazione per tutta la riparazione effettuata e la bellezza che emerge, la tua bellezza, emersa da un dolore lancinante fisico e emotivo, quella ferita è diventata una feritoia che fa trapelare la tua luce.

Sei riemersa dai tuoi inferi, come Persefone, regina di luce, pronta a far sbocciare una tua nuova fioritura.

Ti ho narrato superficialmente il procedimento per farti cullare nel flusso di quest’arte che possiamo sperimentare, oltre che sulle ceramiche su noi stessi.

Celine Santini, nel suo libro, l’Arte della resilienza, dice:

Qualunque sia la tua lesione , sia fisica (incidente stradale, mastectomia, malattia, amputazione, disabilità, vecchiaia, ustione, aggressione, ecc.), o emotiva (amicizia o rottura romantica, divorzio, lutto, depressione, perdita di lavoro, abbandono, pettegolezzo , infanzia dolorosa, ecc.), l’energia del Kintsugi può sostenerti e accompagnarti nel tuo processo di guarigione.
Come in un percorso di evoluzione, considera che la tua ferita è iniziatica, trasformala lentamente e pazientemente in oro, in un processo alchemico … per trasformare le tue linee di faglia in linee di forza.

Diverrà per te l’inizio di un nuovo ciclo di vita.”

Io preferisco definirlo un rito per voltare pagina e iniziare a riscrivere un capitolo della propria vita.

Il Kintsugi invita a riparare un oggetto rotto evidenziandone le cicatrici con l‘oro , invece di nasconderle. Riparato, consolidato, abbellito, l’oggetto porta con orgoglio le sue ferite, e paradossalmente diventa più prezioso perché rotto.

E non è così anche per noi?

Chi è stato ferito, emotivamente, quando trova il coraggio d’uscire e anche mostrare le proprie ferite queste diventano la porta che permette al mondo di scoprire un tesoro celato, le cui gemme possono nutrire anime perse, sole, confuse, disorientate, sofferenti.

Al di là di del processo artistico e della forma d’arte che incarna , al di là dell’essere una ricerca estetica, il Kintsugi è una potente metafora del processo di guarigione intrapreso negli ambiti dello sviluppo personale e dell‘arteterapia 

Qualsiasi persona ferita può identificarsi con esso e, vedendo un oggetto riparato con il metodo Kintsugi, ricordare quanto le sue prove lo abbiano rafforzato. E quanto è unica e preziosa ogni vita, e quindi ogni storia.

Kintsugi: l’arte del ri-ciclo

L’arte del kintsugi è un’arte del riciclo, un’arte che parla di ecologia, di conservazione, e non di consumismo usa e getta.
La riparazione è alla base della creatività, ogni attività creativa è quindi riparativa, volta cioè a ristabilire un’armonia, ripristinare un’integrità.

Kintsugi-Do – un percorso di guarigione

Il Kintugi-Do, ossia la via del Kintugi ci parla di un percorso di guarigione possibile, attraverso la resilienza, l’arte, la creatività, la pazienza, i ritmi naturali …. E sopratutto ci ricorda che siamo pezzi unici.

Il Kintusugi quale percorso di guarigione per le ferite dell’anima è una metafora molto potente che tocca il nostro inconscio e che continua il suo effetto anche dopo il termine del percorso-rituale, un pò come la tecnica del restauro, in cui la lacca utilizzata nella tecnica tradizionale, che continua a seccarsi, a solidificarsi anche nei mesi successivi, e per anni successivi alla riparazione. Un pò come le nostre ferite, che continuano a guarire nel tempo.

L’arte come terapia riparativa

Come ho già detto il Kintugi, così come il body painting o il tatuaggio terapeutico, vengono usati anche su cicatrici e ferite del corpo (mastectomie, tagli cesarei, smagliature, cicatrici di vario tipo). L’arte come terapia ripartiva.

Processi artistici da integrare in un percorso arteterapeutico.

E in questo percorso-processo in divenire, ognuno può trovare difficoltà in uno dei passaggi piuttosto che in un altro, e così, per esempio c’è chi troverà difficile il primo passo, quello dell’accettazione, perchè vive ancora nella negazione o repressione … e fa finta che tutto vada bene. Per un’altra persona sarà difficile l’atto della riparazione vera e propria perchè non ha fiducia in sè stesso lo porta a negare il suo valore e a credere di non meritare quell’oro sulla sua ferita.

C’è chi avrà difficoltà nella fase contemplativa, di paziente attesa faccia. Faccia con sè stesso. Per qualcun altro invece può essere la messa dell’oro, interrompono il processo perchè significherebbe la fine di un ciclo e l’inizio di un altro, il voltare pagina … e inconsapevolmente non vogliono che accada, preferiscono restare ancorati al passato, anche se doloroso. E poi c’è chi fa marcia indietro sul finale, al momento della lucidatura. Non si sentono degni di splendere o hanno l’abitudine di non portare a termine le cose … una sorta di autosabotaggio che vanifica tutto il lavoro svolto a un metro dal traguardo finale.

La via del Kintsugi una via per tutti. Ha un effetto strabiliante con le anima con le quali risuona, che hanno per lui ( come è stato per me9), un colpo di fulmine vero e proprio.

Per coloro che hanno ricevuto da lui la “chiamata” il processo di riparazione diventa una sorta di viaggio dell’eroe da intraprendere subito. Già contemplandolo può avere un effetto ripartivo superficiale immediato. In un secondo momento le linee di faglia muoveranno le nostre interiori. Permettendo a questo simbolismo di infondersi in noi, di scendere nelle nostre profondità creando il nostro kintugi personale, rappresenteremo  le nostre ferite, la nostra guarigione, e il nostro splendore unico.

Solo quando ci rompiamo

scopriamo di che cosa siamo fatti”

Ziad K. Abdelnour

Una nuova possibilità

La vita è una crescita, un divenire… e non può escludere le diverse “ferite”, e “lacerazioni”, che ogni essere umano deve “integrare” lungo il suo cammino. Per queste ragioni la “forma dell’”essere” umano è forma in divenire, cioè che cambia.
Il cambiamento è accettazione, riparazione, crescita ed arricchimento.

La persona, nel suo cammino, inevitabilmente incontra la “caduta-rottura”. La sua forza starà nel rialzarsi, e non nell’evitare di “cadere”.

Un proverbio giapponese dice: Nana korobi ya oki – “Cadi sette volte, rialzati otto

Non importa, dunque, quante volte affrontiamo il fallimento, l’importante è tirarci su e andare avanti. 

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Barbara

Laureata all'Accademia di Belle Arti, Artista, Arteterapeuta, Advanced Counselor cognitiva, olistica e simbolico-archetipica, Professional Mentor, Educatrice Mindfulness e in Mindful Art, Facilitatrice Metafiabe e Psicofiaba, Trainer Percorsi Crescita Personale, Custode di storie.

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